Novena a S.Paolo della Croce – 1 giorno

Novena a S.Paolo della Croce – 1 giorno

Paolo della Croce nelle periferie esistenziali del suo tempo

Inizio oggi la novena in preparazione alla Solennità del 19 ottobre e lo faccio con una gioia particolare nel cuore. Perché oltre ad essere la mia prima novena da sacerdote, ho l’onore di predicarla nel Ritiro che è culla della Congregazione.

A ciò si aggiunge una singolare coincidenza che è per me motivo di ulteriore gioia. Questo venerdì la liturgia propria dei Passionisti invita a meditare in maniera specialissima il mistero della Crocifissione e Morte di Gesù, mistero al centro della vita e della spiritualità di S.Paolo della Croce. Un mistero d’amore che non rinchiuse mai il nostro Fondatore in un’asettica esperienza mistica personale. Tutt’altro, l’Amore che lo rapiva fuori di se (in estasi per l’appunto), lo spingeva anche ad andare incontro ai fratelli. Infiammato d’amore, desiderava consumarsi non solo per la sua salvezza, ma anche per quella del maggior numero di anime.

Questo amore ardente per la salvezza delle anime, trova il suo cuore pulsante, il suo motore, nel mistero d’amore e di dolore del Cristo Crocifisso Risorto che oggi la liturgia ci presenta.

In nome dell’Amore crocifisso non disdegnò mai, egli, pur dotato di specialissimi doni celesti, di farsi piccolo, umile, spogliandosi di tutto, servo dei servi, per andare incontro alle esigenze di ogni fratello che bussasse alle porte del suo cuore.

 Paolo, visito ogni periferia esistenziale del suo tempo, e ovunque anche là dove il degrado umano faceva più ribrezzo, seppe spargere il buon Profumo di Cristo!

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Memoria del Beato Isidoro de Loor

Memoria del Beato Isidoro de Loor

Il Beato Isidoro De Loor, nato a Vrasene in Fiandra Orientale (Belgio) il 18 aprile 1881.
Entrò nel noviziato dei Passionisti in Ere a 26 anni. Assimilò perfettamente la spiritualità passionista centrata sul mistero salvifico di Cristo Crocifisso.Amante della solitudine, della povertà e dell’orazione, si distinse per il suo perseverante impegno nel compiere in tutto la volontà di Dio. Morì a 35 anni il 6 ottobre 1916, e fu beatificato Il 30 Settembre 1984.

Ha detto di lui S.Giovanni Paolo II nell’omelia per la beatificazione (30 settembre 1984):

«Nel beato Isidoro De Loor ci è dato di contemplare soprattutto il volto di Cristo sofferente, nel quale si rivela l’amore infinito di Dio. Il nuovo beato seppe cogliere il valore supremo e assoluto della volontà di Dio, e si impegnò a compierla nella propria esistenza con amore e fiducia, sull’esempio di Gesù Cristo, il quale si mosse sempre, anche quando si trattò di prendere la croce, per fare quello che era gradito al Padre. Fu tale la docilità e la prontezza con cui il beato De Loor si abbandonò in tutto alla volontà del Signore, per seguire Gesù crocifisso e risorto, da essere chiamato “fratello della volontà di Dio”. Colpito da una delle malattie più diffuse del nostro secolo, il cancro, fratel Isidoro si preparò alla morte con la stessa docilità, con cui era vissuto, prendendo questa drammatica prova come occasione per conformarsi pienamente al Redentore, oggetto delle sue continue e prolungate meditazioni.
Il novello beato invita ognuno di noi ai piedi di Cristo morto per amore, esortandoci a unire le nostre fatiche e le nostre sofferenze a quelle di Cristo, per trovare così il senso salvifico e costruttivo del lavoro, del dolore e delle fatiche, e ricevere risposte valide agli interrogativi dell’esistenza. Il nuovo beato Isidoro De Loor è certamente, per la nostra epoca desiderosa di un’indipendenza talvolta equivoca, un esempio provvidenziale e affascinante di crescente conformità alla volontà del Padre celeste alla sequela di Cristo Gesù. Alcuni suoi contemporanei, testimoni della vita di fratel Isidoro di san Giuseppe lo chiamavano “il fratello della volontà di Dio”. Che il beato ci aiuti tutti ad avanzare nella comprensione e nel compimento quotidiano del piano del Signore sulla nostra esistenza. Non c’è altra via verso la vera felicità! »

Omelia per la Beatificazione di Isidoro de Loor

S.Paolo della Croce e il francescanesimo

S.Paolo della Croce e il francescanesimo

Ad un giorno dalla festa del serafico Francesco d’Assisi, prosegue l’approfondimento sul rapporto tra il Santo della Passione ed il francesanesimo. Nel testo “Le fonti della spiritualità di S.Paolo della croce” Ed.CIPI a pag.45 è riportato un interessante articolo di Costante Brovetto intitolato “S.Paolo della croce e il francescanesimo“.
Nel testo il religioso passionista mette in evidenza come il primo richiamo a S.Francesco si trovi già nel nome del nostro Fondatore. Come infatti scriveva S.Vincenzo Maria Strambi:

“Nel battesimo fu imposto al bambino il nome di Paolo Franesco, forse non senza particolare disposizione di Dio, perchè dovea questo fanciullo, divenuto poi grande avanti a Dio e agli uomini, predicare ad imitazione dell’apostolo s.Paolo Gesù Cristo Crocifisso e risvegliare nei cuori degli uomini la memoria della vivifica Passione del redentore, al quale fine fu anche prodigiosamente eletto il serfico patriarca S.Francesco”.

Ma l’influenza del francescanesimo nella vita di Paolo della Croce deve anche ricondursi agli albori della vocazione di Paolo, precisamente alla familiarità che ebbe con i cappuccini del convento di Castellazzo Bormida. Nella chiesetta per anni fu visto servire le Messe dei padri, e lì concludeva, con un’ora finale di meditazione, le sue passeggiate domenicali. Proprio tornando da quella chiesa Paolo ebbe la grande visione mariana di fondazione. Ad un padre cappuccino, il P.Girolamo da Tortona, Paolo si rivolse quando il suo parroco, non capendone lo spirito gli consigliò di rivolgersi ad altri.

Nonostante lo scarso riferimento esterno a s.Francesco nelle lettere e nelle testimonianze pervenute, non si può negare una certa ispirazione allo spirito francescano quanto all’amore per Madonna Povertà (si pensi all’iniziale scelta del nome “Poveri di Gesù”), alla predicazione itinerante, al “fondamentalismo evangelico” e al metodo di condurre le missioni con l’eliminazione delle esteriorità barocche sul modello di S.Leonardo da Porto Maurizio.

Senza dubbio il “Poverello” d’Assisi era tra i S.Fondatori che, nel ritiro dopo la vestizione Paolo scorse “in spirito, con intelligenza dell’anima, non con forma corporea, prostrati davanti l’Altissima Maestà di Dio a pregare per l’esito felice della SS. Ispirazione di scrivere la regola per i Poveri di Gesù”.

Così conclude Costante Brovetto:

Anche ora, nella storia della spiritualità, un profumo di francescanesimo discretamente avvolge la Congregazione della Passione, nella grande comunione di tutte le famiglie religiose, tra le quali essa, secondo il suo Santo Fondatore, si reputa “povera, minima ed ultima”.

Paolo e Francesco

Paolo e Francesco

Proprio i primi paragrafi delle Costituzioni ci ricordano che il nostro stile di vita è fondato sulla povertà evangelica “tanto necessaria per osservare gli altri consigli evangelici, per perseverare nell’orazione e per annunziare assiduamente la Parola della Croce”. Negli studi pubblicati recentemente su “Notizie”, possiamo vedere che l’amore di Paolo per la povertà emula l’ardore del poverello di Assisi. Nel descrivere le celle dei religiosi, dice di passaggio che devono “essere a somiglianza di quelle dei RR.PP. Cappuccini” (Notizia 1747 n. 8), e quando raccomanda un antidoto a tutti quei mali che impediscono al cuore dell’uomo di “elevarsi al Dio supremo”, egli dice ai suoi figli di abbracciare “la santa Povertà insegnata e praticata da Gesù Cristo” (Notizia 1768 n.5) (29).

Se Paolo della Croce fa appello al messaggio perenne di Francesco di Assisi, la nostra devozione alla povertà deve andare al di là di una funzione preservativa che ci difende dall’assillo della preoccupazione per i beni temporali. Essa deve essere in primo luogo latreutica come è nella tradizione francescana; deve essere un lungo cantico di ringraziamento per la premurosa provvidenza del Padre celeste. Perciò, se uno dei primi valori della nostra vita è la nostra solidarietà per i poveri (Cost. 10 nota 12), dobbiamo essere educati da questa efficienza unitiva che ci rende capaci di sentire un vero legame con i poveri. Infine se, come il n. 10 ci ricorda, ci ispiriamo a Lui che, “da ricco che era si é fatto povero, perché con la Sua povertà, noi fossimo fatti ricchi”, dobbiamo riconoscere un valore redentivo alla nostra povertà. Se possiamo diventare con Gesù corredentori della nostra storia solo per modum exhortationis et per modum exempli (30), dobbiamo scoprire il valore redentivo dato a questo spogliamento di sé da Gesù stesso.

(P. Augustine Hennessy, c.p. – “Ricerche di storia e spiritualità passionista” n. 35 )

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La devozione di S.Paolo della Croce per gli angeli

La devozione di S.Paolo della Croce per gli angeli

L’angelo custode esiste, non è una dottrina fantasiosa, ma un compagno che Dio ci ha posto accanto nel cammino della nostra vita: è quanto ha detto Papa Francesco nell’omelia della Messa mattutina a Casa Santa Marta, nel giorno in cui la Chiesa celebra la memoria dei Santi Angeli Custodi.

Il 29 settembre abbiamo ricordato la speciale devozione che Paolo della Croce e suo fratello Giovanni Battista avevano per i Santi Arcangeli, particolarmente verso l’Arcangelo San Michele. Oggi vogliamo ricordare le volte in cui fu assistito, consigliato e confortato da visioni celesti e speciali interventi dei messaggeri di Dio.

Durante i colloqui spirituali di Paolo della Croce con la figlia spirituale Rosa Calabresi, accadevano sovente fatti straordinari, di cui ella custodirà fedelmente il ricordo e di cui testimonierà alcuni anni più tardi nel quadro della procedura in vista della canonizzazione del santo fondatore. Lo vedeva talvolta in estasi, col viso raggiante, ed anche sollevato da terra. Inoltre, per speciale grazia le fu concesso in più di una occasione di partecipare alle visioni ed apparizioni del Santo.a.

Un giorno, ella lo vede venir meno al termine d’una estasi, sostenuto e rialzato da San Michele e da un altro angelo, che si mostrano visibilmente a lei: essi lo installano dolcemente sulla sua poltrona, poi scompaiono senza dir parola. Un’altra volta, ella lo vede conferire con due angeli, così splendenti ch’ella non può fissare i suoi occhi su di loro. Il sacerdote chiede ad uno di essi di prendere sotto la sua protezione la sua anima e la sua famiglia religiosa, e questi – nel quale Rosa Calabresi ha riconosciuto San Michele – gli risponde che continuerà a farlo, come lo ha fatto fino ad allora: Io ho ben compreso che erano due angeli; ma l’uno aveva un aspetto più maestoso, era vestito come un guerriero, come lo rappresentano i pittori. Ma d’una bellezza così splendente ch’essa non ispira che riverenza e fervore. E’ per questo che ho pensato che fosse San Michele. Pertanto, non fidandomi di me stessa e dei miei pensieri, io interrogavo dopo la visione il venerabile servo di Dio, che mi rispose che era ben quello che avevo pensato; egli mi impose allo stesso tempo un rigoroso silenzio.

Obbediente, Rosa si tacerà fino al giorno in cui – sempre per obbedienza – ella dovrà render conto sotto giuramento degli eventi di cui era stata testimone. Sono numerose infatti durante tutta la sua vita le testimonianze che attestano la grande devozione di Paolo nei confronti degli angeli, in modo particolare verso gli Angeli custodi e l’arcangelo Michele.

Più di un testimone ricorderà nei processi di canonizzazione che Paolo quando era in viaggio e non sapeva quale strada prendere davanti a un bivio si raccomandava all’angelo custode e sceglieva la strada che poi si rivelava quella giusta.

Nei viaggi e nelle passeggiate comunitarie si invocava la protezione degli angeli custodi con l’antifona propria. Andando per strada, poi, se Paolo incontrava qualcuno, salutava in silenzio l’angelo del viandante. Lo stesso faceva quando saliva sul palco prima di iniziare a predicare le missioni. Si raccomandava agli angeli degli uditori perché potesse svolgere al meglio il suo ministero. In convento incrociando qualsiasi persona si inchinava e ossequiava il suo angelo custode.

Quando poi era giunto in vista di un paese o città si inginocchiava e mandava il suo angelo custode a salutare Gesù sacramentato nella chiesa del paese. Un altro testimone afferma che Paolo“ottenne moltissime grazie” dagli angeli.

Predicando egli in una missione, testimonia fratel Francesco – Luigi di s. Teresa, si ruppe una tavola del palco e, cadendo, restò come a mezz’aria, sostenuto come egli si persuadeva, dal suo angelo custode, perché altrimenti, se la cosa fosse andata secondo il naturale, avrebbe dovuto batter la testa sopra una grossa pietra”.

In quanto agli Angeli custodi, egli ne esaltava con gran fervore la loro potentissima intercessione, massime a noi altri suoi figli…”.

In una missione parrocchiale era del tutto sfinito di forze e non riusciva a parlare. Paolo si raccomandò a Dio “ed agli angeli santi e ne ricevé pronto aiuto, poiché udì una voce simile alla sua, che proseguì la predica, mentre egli stava senza fiato per non poter più parlare. Il popolo non si accorse di questa mutazione ma egli però vide benissimo che vi era una grande commozione e che il popolo si disfaceva in lacrime” .

Infine, come ho già riferito, Rosa Calabresi, altra figlia spirituale che raccolse le ultime confidenze del santo negli ultimi anni di vita, riposta un fatto singolare accaduto a Paolo ed al fratello Giovanni Battista. Raccontava Paolo, dunque, che in un rigido inverno di un anno imprecisato, doveva no fare una viaggio lungo e disastroso che lo sgomentava solo al pensarci. Le strade erano tutte gelate e i due fratelli camminavano a stento, scivolando ogni tanto. Allora Paolo disse al fratello di mettere i piedi dove era passato lui “onde quel poveretto andava a rocchio”, cioè non poteva fare un viaggio continuato, ma bisognava che sbalzasse or qua or là, secondo dove erano impresse le di lui pedate”. Lo stesso accadeva a Paolo per cercare un punto sicuro di appoggio e non scivolare. Ad un certo punto Paolo si rivolse con tutta fiducia ai santi angeli e si raccomandò per avere da loro qualche aiuto. All’improvviso si vide trasportato da mano invisibile al luogo dove doveva andare. Non vide il fratello accanto a lui, per cui pregò gli angeli di andare a prendere anche lui, “come di fatto di lì a poco se lo vide comparire davanti. Ed avendolo il servo di Dio interrogato come avesse patito per il viaggio, sentì rispondersi dal medesimo che, dopo la sparizione del padre Paolo, egli non patì più, perché da mano invisibile sentissi trasportato nel luogo ove stavano”. Sempre la stessa testimone asserisce che al padre Paolo apparvero più volte sia l’arcangelo Michele che il suo angelo custode, per aiutarlo e consolarlo nelle sue angustie. Asserì ancora: «Figlia, se non fossero stati li santi angeli, sarei morto». Mi raccomandava, perciò, che ancor io avessi una devozione particolare verso i medesimi con pregarli spesso, ed impetrare la loro intercessione ed aiuto”.

Analogo episodio, con protagonista solo Paolo, viene riportato anche dal suo primo biografo, san Vincenzo Maria Strambi. Paolo è in viaggio verso il Monte Argentario ed è sfinito dal lungo camminare (“con convulsioni e tremori per tutta la vita”). Si getta a terra e invoca l’aiuto del Signore perché non vuole morire senza l’assistenza dei suoi religiosi. “All’improvviso si sentì sollevare da terra da mano invisibile. Aprì gli occhi e vide due bellissimi angeli – ma belli – mi replicò. A questa vista esclamò con tutto il giubilo del suo cuore: «Oh, grande provvidenza del Signore». Col cuore pieno di gratitudine sostenuto da questi angeli seguitò il viaggio ed in brevissimo tempo senza accorgersi della strada, si trovò entro il recinto del ritiro“.

Clicca e scarica il documento – S.Paolo della Croce e gli angeli di P.Tito Paolo Zecca