Primo giorno della Novena a san Paolo della Croce predicata da P.Daniele Curci CP.
1 – Paolo della Croce e il Combattimento Spirituale
In primo luogo le dico, – scriveva san Paolo della Croce a Maria Teresa Palozzi – che la vittoria consiste in vincere se stessa, che è il maggior nemico.
Sull’attenzione premurosa di san Paolo della croce verso gli ammalati, nel corpo e nello spirito, si potrebbero scrivere fiumi di pagine, tutte segnate da quella “compassione” quasi istintiva che sempre caratterizzava i suoi rapporti con i sofferenti di ogni categoria sociale.
L’esperienza vissuta con il fratello P. Giovanni Battista all’ospedale san Gallicano a Roma lo vede tutto proteso nel servizio agli “infermi tignosi”, in quella “vigna preziosa, o per dir meglio, in quella fornace di carità” dell’ospedale romano, come lui stesso la definisce scrivendo a don Tuccinardi. Sarà la scelta di “poterci ritirare in solitudine” che spingerà Paolo a non continuare l’esperienza tra i malati a san Gallicano, per cui chiederà di essere esonerato da quel servizio, non riconoscendo in esso il “carisma” al quale il Signore lo chiamava.
Ma Paolo parte da san Gallicano ancora più aperto verso le tante sofferenze umane, deciso ad orientare il cammino della nascente Congregazione verso quella “grata Memoria della Passione di Gesù”, che fa toccare “la carne viva del Crocifisso” nei “crocifissi” di ogni tempo.
In Missione la sua carità “si diffondeva in particolare verso gl’infermi ed i carcerati”; e quando non poteva visitarli personalmente – ricorda don Nicola Costantini nei Processi – mandava i suoi religiosi; così come avrebbe specificato nelle Regole, raccomandando loro le stesse opere di misericordia da compiersi ogni volta che per incombenze fossero usciti dal ritiro, restando loro proibito di far visite di “puro complimento” (Regola del 1746, cap. 25).
“I miei cari poverelli”chiamava le persone povere ed abbandonate, soprattutto se inferme; un’espressione dall’accento tenerissimo! Nel breve periodo vissuto all’ospizio del Crocifisso a Roma, le “prime mire” dei religiosi dovevano essere per loro; “ed a quest’effetto li mandava continuamente all’ospedale vicino di san Giovanni in Laterano” (Fr. Francesco nei Processi).
Anche lui ci sarebbe andato, ma nel ’69, quando si stabilì a Roma, era già vecchio e non avrebbe potuto udire le confessioni dei malati. E questo gli dispiaceva :“Se non fossi sordo – ripeteva con enfasi – vorrei andare all’ospedale di san Giovanni dalla mattina fino all’ora di mezzogiorno, e vi tornerei il dopopranzo fino alla sera per ascoltare le confessioni di quei poveri infermi ed aiutarli in quel modo che mi fosse stato possibile. Al mio desiderio manca la forza! Oh che gran vigna l’ospedale! – lo sentì più volte esclamare fr. Bartolomeo – “gran bene si fa intorno agl’infermi. Siano benedetti!” E raccomandava ai suoi religiosi :“Vadino pure ad aiutare quei poverelli! Ah se non fossi sordo e così indisposto, oh! Quanto vi anderei volentieri! Ma Dio non vuole e sono contento!”
Ancora più intensa la premura del P. Paolo verso i suoi confratelli in comunità.
“Per gli infermi era solito dire – depone il P. Bonaventura – che ci voleva o una madre o un santo”. E lo Strambi commenta che “il P. Paoloaveacor di madre, perché avea carità di santo”
(Vita, II, c. XIII, p. 321).
In concreto, Paolo visitava spesso in comunità i malati, “li consolava, l’incoraggiava e procurava che non li fosse mancato nulla del necessario(…); ed era solito dire – come spesso io stesso l’ho inteso – che per i nostri religiosi infermi se non vi fosse stato altro modo per sovvenirli, si fossero venduti i calici e le suppellettili della chiesa” (P. G. Andrea nei Processi).
Interessante quanto racconta con molta franchezza il P. G.Giacinto a proposito di quanto accadde a lui stesso a s. Eutizio : “Andai soggetto ad una grave infermità. Riavutomi dal male violento, caddi in una specie di languore che faceva sospettare di mia salute, e ben temevasi che potessi cadere in una etisia, specialmente perché una febbre lenta, che mi cruciava, poteva dirsi pressochè continua. Mi si usava qualche assistenza, ma non tanta quanta esigeva il bisogno. La povertà, forse, del ritiro non permetteva di più. Ne giunse notizia al ven. P. Paolo, il quale dimorava nel ritiro di s. Angelo. Ne sentì rincrescimento e per quella carità che egli aveva per tutti, non fu contento di mandar ordini in scritto, ma volle di persona portarsi a s. Eutizio. Fece quivi un forte rimprovero al superiore per la poca carità ed assistenza che usavasi meco, il superiore fece le sue scuse, adducendo che la povertà e la strettezza del ritiro non permettevano far di vantaggio; ma il servo di Dio non mandò a lui buona una tal discolpa, e con zelo di carità soggiunse che in questi casi, se bisognava, doveva vendersi anche il calice d’argento, giacchè uno ve n’era in s. Eutizio di tal metallo…”.
Bastava sapesse che qualcuno stava male per andar subito a visitarlo, “benchèavesse dovuto salire molti scalini con grave suo incomodo”. E volentieri poi cedeva ad altri qualche medicina a lui prescritta, come una volta accadde per certe pasticche, che ordinò fossero date ad un fratello religioso molto raffreddato. “Portate le rotelle a quel povero fratello che ne ha più bisogno di me – disse a fr. Bartolomeo . Fra noi tutto è in comune!”
Se c’era un religioso febbricitante, “non trovava quiete per la pena che provava. Lo visitava più volte al giorno…” (è sempre fr. Bartolomeo che ne dà testimonianza); “ogni volta che vedeva me, domandava come stava l’infermo; voleva si stesse attentissimo agli ordini del medico, si provvedesse la carne e tutto il bisognevole; se il male era grave, non voleva si lasciasse l’infermo solo…”
Non badava a spese per le cure; “voleva veder tutto, saper tutto”; vigilava sulla pulizia delle camere, della biancheria. Ordinava l’uso del materasso e, se il male era serio, anche delle lenzuola.
Spesso si portava in cucina ed osservava se si preparassero con tutta carità i cibi necessari per gl’infermi…” Al ritiro della Presentazione un giorno chiese a fratel Giuseppino cosa avesse preparato per alcuni religiosi indisposti; ed avendo saputo che era stato dato loro del pancotto con l’olio, acceso allora di zelo e carità, disse al detto infermiere che non era questo il modo di alimentare i poveri infermi e che quando fosse mancato il comodo di comprare la carne, si fosse venduta una suppellettile sacra per supplire al bisogno” (Fr. Michelangelo nei Processi).
Si potrebbe continuare all’infinito nei racconti, ma ci fermiamo qui. Bastano questi “sprazzi di vita” così semplici e concreti per toccare con mano la costante attenzione di Paolo della croce verso i malati, lasciandoci contagiareanche noi da una così grande tenerezza di padre.
Continuando le nostre riflessioni su “La misericordia in san Paolo della Croce”, cercherò di far emergere, d’ora in poi, quelle note tipiche del suo agire che ci mostrino come lui abbia vissuto quelle “opere di misericordia” che Papa Francesco tanto ha raccomandato di riscoprire ed attuare a partire da quest’Anno Giubilare.
Ci fermeremo, questa volta, su quell’opera di misericordia spirituale che invita ad “ammonire chi cade in errore” : non si tratta di accusare nessuno, sentendosi magari perfetti e superiori, ma di esercitare la “carità” della correzione fraterna verso chi “ha smarrito la strada” e non si vuole che si perda.
Ed in questo, Paolo della Croce, è un vero Maestro ed un amorevole Padre.
Come Padre e Fondatore, Paolo esprime nei suoi gesti e nelle sue parole quei genuini tratti di umanità e fermezza che dovrebbero segnare l’agire di chi è chiamato, nella comunità, ad esercitare il “servizio dell’autorità”.
“Univa un misto di rigore e dolcezza impossibile a ben spiegarsi, facendo uso ora più di uno ora più dell’altra, secondo il bisogno del fratello”. Così P. Giacinto testimonia nei Processi.
E p. Valentino conferma : “Andava osservando le disposizioni dei religiosi quando doveva comandarli o avvisarli o correggerli, servendosi di maniere forti e soavi, secondo giudicava opportuno”.
Sentendosi responsabile della nascente Congregazione, ne segue i primi passi con prudenza e vigilanza. “Vigili sopra tutto e sopra tutti” – raccomanda al P. G.Battista di s. Ignazio – “abbia buon concetto di tutti, ma sia tutt’occhi per osservare gli andamenti di tutti e di ciascuno in particolare”.
Nel dare ordini o facendo quei giusti rilievi che ritiene opportuno, Paolo desidera che i religiosi si uniformino al suo esempio e facciano tesoro delle sue esperienze… “Adesso – confida al P. Tommaso Struzzieriin merito al comportamento di un religioso – voglio dirle come mi son sempre regolato io…”
Chi più di lui avrebbe potuto sentire come proprio il destino di quei primi “compagni” che vivevano per il suo ideale e si affidavano al suo governo?
E’ meraviglioso questo stile di Paolo, di partire da se stesso, dal suo esempio, offrendo la sua esperienza. E’ come dire a chi “sta sbagliando” : vedi, ti parlo per quello che anch’io vivo nella mia lotta contro il male : ho la sensazione che questa strada non ti faccia bene, che ti allontani dalla tua verità. Non mi sento bene se continui così, io soffro nel vederti su questa strada…”
Ecco, è proprio in questo clima che può e deve nascere la vera “correzione fraterna” : non come occasione di ritorsioni o condanne sommarie, non come tribunale di accusa da parte di ipocriti che si ritengono sempre giusti, come i farisei del vangelo!
Se si vive in comunità la correzione fraterna come esercizio di carità, si evita il pericolo di sparlare degli altri, suscitando dicerie e mormorazioni. Si sa quanto sia difficile questo!
E’ più facile magari chiedere al superiore che una certa persona cambi il proprio comportamento. O anche davanti al superiore ci indigniamo contro il fratello o la sorella, ma non abbiamo il coraggio di rivolgerci direttamente a costui o costei. Non è facile trovare il tono giusto.
Paolo della Croce mette in gioco se stesso ammonendo i fratelli, ben sapendo che solo l’esempio trascina, non le belle parole o, peggio, i facili rimproveri. Infonde coraggio nell’andare incontro all’altro, pur esigendo da ciascuno tutto il possibile nell’osservanza della Regola, nel rispetto della disciplina, tenendo fermo lo spirito dell’Istituto.
La sua vigilanza di buon Padre e le sue continue esortazioni non mirano ad altro se non al bene delle persone, guardando all’oggettiva vocazione spirituale di ognuno. Per questo, in qualche caso, si contenta dell’essenziale, quando si rende conto che non è possibile ottenere di più da qualche religioso e che sarebbe ingenuo e pericoloso esigere il massimo ad ogni costo.
A proposito di un certo P. Giuseppe, un po’ “problematico”, così scrive al P. Fulgenzio : “(…) occorre contentarsi che osservi le sante Regole saltemnell’essenziale; e quando si vede difettare, mirarlo con comprensione e correggerlo con sopraffina carità, con dargli anche gli opportuni medicamenti, tanto in capitolo nelle colpe, come altrove, ecc…Se riesce di cooperare di condurlo al cielo, che gran guadagno! Che gran gloria di Dio!”.
E le speranze di Paolo non erano campate in aria, perché neppure un mese prima aveva ricevuto dal suddetto P. Giuseppe una lettera in cui manifestava tutta la sua buona volontà di correggersi. “Si umilia molto – scrive Paolo a P. Fulgenzio – e creda che mi mette compassione, e se dice davvero, mostra volersi emendare. Ah! Il Divin Pastore cerca e ricerca la povera pecorella. Cerchiamo consolarla con medicarla, affinchè guarisca e non si separi dal suo ovile in questa Congregazione; se poi, non si potrà fare altrimenti, pazienza! Sibiimputet!”.
Sembra sentir riecheggiare il brano di Matteo 18,15-18 sulla correzione fraterna : un sentirsi coinvolti in prima persona nel custodire il fratello anche ammonendolo con carità, per “guadagnare” il fratello, come dice Gesù. Che non significa tirarlo dalla propria parte! Guadagnare vuol dire piuttosto guadagnare l’altro alla vita, “al cielo”, direbbe san Paolo, lui che come Padre amorevole altro non desiderava se non che si aprissero gli occhi a chi cadeva in errore, riuscendo a guardare la propria vita in modo nuovo ed a percorrere il proprio cammino rinvigorito e fiducioso.
“L’amore ardente e paterno che il nostro p. Paolo portava a noi suoi figli era particolarissimo, sincerissimo, non secondo la carne, ma secondo Dio, e ciò ce lo dimostrava non solamente con le amorosissime sue parole e vivissime espressioni, ma altresì coi fatti. E però quando arrivavano i religiosi degli altri ritiri e andavano da lui a pigliare la santa benedizione, oppure quando egli andava a visitare le case, subito che li vedeva, li abbracciava con gran tenerezza, se li stringeva al petto, le faceva mille dimostrazioni di tenero affetto, più di quello che non farebbe un padre carnale ai suoi figli naturali; e ciò molto più quando era molto tempo che non li aveva veduti. Oh, allora sì che gli giubilava il cuore in petto e gli faceva tenerissime espressioni di sincerissimo amore! E ciò lo so, perchè le ha fatte più volte a me medesimo, e così faceva anche agli altri religiosi nostri…”
Mi è sembrato bello iniziare questa serie di riflessioni su “La misericordia in san Paolo della Croce”, partendo da una delle tante testimonianze raccolte nei “Processi”, quella cioè di uno dei suoi primi compagni, P.Giuseppe M. Giojello di san Lorenzo.
Vogliamo sentirci un po’ in compagnia del nostro Santo Fondatore, in questo Giubileo della Misericordia, condividendo tratti della sua personalità riferiti alla sua umanità e tenerezza di padre.
Cercherò di camminare con voi, in questo “spazio” della nostra rivista, per vivere con lui questo Anno Giubilare, partendo appunto dalla dimensione umana e paterna del suo alto profilo di santità. Perché, lo sappiamo ma forse a volte lo dimentichiamo, il Santo è tale nella misura in cui realizza a pieno il suo “essere un uomo” che, sull’esempio del Figlio di Dio, fatto Uomo per noi, è chiamato a “fare l’esperienza di aprire il cuore a quanti vivono nelle più disparate periferie esistenziali” – dirà Papa Francesco – curando le ferite impresse nella carne di tanti che non hanno più voce, offrendo a tutti l’olio della consolazione” (MisericordiaeVultus, n. 15).
In questo nostro percorso, mi soffermo anzitutto su quegli atteggiamenti che hanno meritato a Paolo l’appellativo di “madre di misericordia” (P. Giammaria Cioni, nei Processi 368v-7). E non solo i religiosi, ma anche i laici si esprimono così. “Sembrava una madre tenerissima” – testimonia un certo Giuseppe Sisti, che frequentava spesso il ritiro di s. Angelo in Vetralla.- “Molte volte mi sono incontrato in occasione che venendo di fuori i suoi religiosi, egli affettuosamente l’abbracciava domandandoli se li bisognava alcun ristoro; li compativa dell’incomodi sofferti nel viaggio e con sollecitudine e premura ordinava che fossero ristorati…”
A proposito dei suoi religiosi, mi piace fermare lo sguardo sulla particolare attenzione che Paolo riservava ai giovani. Per lui, i giovani, tutti i giovani di Congregazione, sono degli “angeli in carne”. Scrive a Tommaso Fossi : “Dopo un anno circa d’assenza da questo sacro ritiro (…) vi ho trovato un collegio pieno di angeli in carne, che spesso mi fanno arrossire della somma mia tiepidezza…” Paolo ama scrutare i giovani nell’intimo, si intenerisce ogni volta che ne fissa i volti giovanili, ne spia gli atteggiamenti come un buon papà che vede i suoi figli crescere ed affrontare le prime difficoltà ed incertezze. “Mi fanno piangere per divozione nel solo rimirarli”, esclama parlando di loro.
Particolare predilezione ha per i novizi, ultimi arrivati, spesso timidi o comunque preoccupati e tentati, a volte dubbiosi ed esitanti.
Per capirli, ci vuole solo il suo grande cuore di papà; il quale, anche se spesso lontano e occupatissimo, ricorda tutti, rimettendone la cura ai religiosi impegnati nella loro formazione. “I miei cari saluti a tutti, massime ai novizi” – scrive a P. Fulgenzio – Si facciano tutti santi, senza mirare in faccia ai travagli, alle ripugnanze, alle difficoltà, ché questi sono i mezzi per volare agli amplessi del dolcissimo Gesù…(…) Si facciano santi” – insiste – , che Dio lo vuole e ne hanno tutta l’opportunità e la grazia del Sommo Bene”.
Segue da vicino ed è felice dei progressi spirituali dei giovani. “Questi buoni figlioli fanno vita da santi…” –scrive alla Bresciani, “vanno a gara a chi puol far di più”. Ed ancora nel frequente epistolario con il P. Fulgenzio: “E’ vergogna grande star con loro nelle pubbliche conversazioni e atti di comunità (…) Il solo vederli tanto divoti nei loro santi esercizi, praticati con tanta prontezza, modestia, silenzio ecc.. è cosa veramente da lodarne Dio (…)Saranno quelli che mi faranno il processo nel mio giudizio”.
Su queste “comunità d’angeli in carne” Paolo veglia con la sua materna delicatezza. Ad essi “dimostrava (…) un affetto e cura singolare – informa lo Strambi -; per quanto poteva, li coltivava da se stesso e li dirigeva nella via dello spirito. Quando si trovava nel ritiro di studio, volea spesso sentire le loro conferenze e spesso ancora facea ad essi esortazioni piene di amorevolezza ed efficacia; e dava loro in ogni occasione molti paterni avvisi. In ogni altra occasione facea vedere la premura che avea per li giovani, il vivo desiderio del loro spirituale profitto ed i riguardi che usava per la loro salute”. La domenica mattina, specie d’estate, “ascoltava tutti ad uno ad uno, facendo ad ognuno grande animo per camminare nella via del Signore e cercando d’inserire in tutti lo spirito della vocazione…”.
Un progetto di santità vissuto in una forma di vita austera e penitente, ma non priva di quella carità e dolcezza che sfocia poi in una vita quotidiana serena e piena di gioia. Raccomanda ancora al P.Maestro P. Fulgenzio: “Proceda con i novizi con ogni dolcezza e carità, procurando di avere un cuor tranquillo, dolce e soave per far gran profitto in codesti agnellini; e ciò devesi fare con cuore di padre e di tenera madre; in tal forma si conservano in fervore e coraggio e santamente allegri (…), ma mai vi sia cosa che dissipi lo spirito, ma che sol lo sollevi…”
Mi fermo qui, per lasciare spazio a tanti motivi di riflessione, chiedendo per ciascuno di noi al Signore la grazia di “essere misericordia”, a partire da quelle esperienze quotidiane che, nel rapporto con i giovani, in famiglia ed in comunità, sono preziose occasioni per vivere nella verità quest’Anno Giubilare, sui passi di san Paolo della Croce.
Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Se continui ad utilizzare questo sito noi assumiamo che tu ne sia felice.