La Comunità di noviziato è in festa per l’elezione del M.R. Padre Provinciale Luigi Vaninetti e dei suoi consiglieri P. Laureano Alves, P. Daniele Pierangioli, P. Aniello Migliaccio e P. Mario Madonna.
Lo Spirito del Signore che è sceso con potenza su di voi in questi giorni, continui ad essere al vostro fianco nel cammino al servizio della Provincia.
Il Signore vi ricolmi di ogni benedizione e grazia e San Paolo della Croce, Nostro Padre e Fondatore, vi confermi ogni giorno di più nel prezioso ministero affidatovi.
Siamo giunti al termine del nostro settenario con l’ultimo dei sette doni dello Spirito: IL TIMOR DI DIO.
Il timore di Dio come ci hanno insegnato a catechismo non ha nulla a che fare con la paura. Alcuni anni fa, padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, riflettendo su questo argomento commentava: “Il timore di Dio si deve imparare: «Venite, figli, ascoltatemi – dice il salmo 33 – vi insegnerò il timore del Signore»; la paura invece, non c’è bisogno di impararla a scuola; sopraggiunge d’improvviso davanti al pericolo; le cose si incaricano da sole di incuterci paura. Ma è il senso stesso del timore di Dio che è diverso dalla paura. Esso è una componente della fede: nasce dal sapere chi è Dio. È lo stesso sentimento che ci coglie davanti a uno spettacolo grandioso e solenne della natura. È il sentirsi piccoli di fronte a qualcosa di immensamente più grande di noi; è stupore, meraviglia, misti ad ammirazione. Di fronte al miracolo del paralitico che si alza in piedi e cammina, si legge nel vangelo, «tutti rimasero stupiti e davano lode a Dio; pieni di timore dicevano: Oggi abbiamo visto cose prodigiose» (Lc 5, 26). Il timore è un altro nome dello stupore e della lode. Questo genere di timore è compagno e alleato dell’amore: è la paura di dispiacere all’amato che si nota in ogni vero innamorato anche nell’esperienza umana.
Oggi parliamo della PIETÀ. Non c’entra l’arte di Michelangelo e nemmeno la commiserazione e il compatimento. Il dono dello Spirito Santo che porta questo nome, indica la nostra amicizia con Dio, un’amicizia che cambia la vita e riempie di entusiasmo, di gioia. Per questo, il dono della pietà suscita innanzitutto la gratitudine e la lode.
Quando lo Spirito Santo ci fa percepire la presenza del Signore e tutto il Suo amore per noi, il cuore si scalda e si muove naturalmente alla preghiera e alla celebrazione. Pietà, dunque, è sinonimo di autentico spirito religioso, di confidenza filiale con Dio, di quella capacità di pregarlo con amore e semplicità che è propria delle persone umili di cuore. Ma la pietà presuppone l’amicizia, la conoscenza, l’incontro. Non si può amare una persona che non si conosce…al limite si può arrivare ad amare qualcosa di una persona che non si conosce, ma si potrà dire di amarla veramente solo dopo averla conosciuta.
Quando conosci Dio, quando lo incontri, quando incontri il suo perdono, quando scopri di essere stato amato da sempre, creato come un prodigio, quando scopri il progetto bellissimo che ha sulla tua vita e ti diventa chiaro il fatto che riponga in te tutta la Sua stima… nasce la riconoscenza, nasce la gratitudine e la preghiera diventa naturale dialogo. Non più qualcosa di forzato, non più un fastidioso obbligo, ma un atto naturale. Com’è naturale, o meglio dovrebbe esserlo, il dialogo tra due innamorati.
Quando si parla di scienza, il pensiero va immediatamente alla capacità dell’uomo di conoscere sempre meglio la realtà che lo circonda e di scoprire le leggi che regolano la natura e l’universo. La scienza che viene dallo Spirito Santo, però, non si limita alla conoscenza umana: è un dono speciale, che ci porta a cogliere, attraverso il creato, la grandezza e l’amore di Dio e la sua relazione profonda con ogni creatura.
Quando i nostri occhi sono illuminati dallo Spirito, si aprono alla contemplazione di Dio, nella bellezza della natura e nella grandiosità del cosmo, e ci portano a scoprire come ogni cosa ci parla di Lui e del suo amore. Tutto questo suscita in noi grande stupore e un profondo senso di gratitudine! È la sensazione che proviamo anche quando ammiriamo un’opera d’arte o qualsiasi meraviglia che sia frutto dell’ingegno e della creatività dell’uomo: di fronte a tutto questo, lo Spirito ci porta a lodare il Signore dal profondo del nostro cuore e a riconoscere, in tutto ciò che abbiamo e siamo, un dono inestimabile di Dio e un segno del suo infinito amore per noi.
Eccoci giunti al quarto giorno del settenario. Il quarto dono dello Spirito Santo che prendiamo in considerazione è la FORTEZZA.
Lo Spirito del Signore viene in aiuto alla nostra debolezza fortificando la nostra volontà e rendendoci perseveranti nelle opere buone, saldi nell’esercizio delle virtù e stabili nel proposito della santità.
C’è una debolezza che attacca la nostra volontà che spesso ci impedisce di progredire nel cammino di santità. È quel “fomes peccati” di cui parlava già San Tommaso d’Aquino, ovvero quella cicatrice lasciata in noi dal peccato originale che inclina a compiere come sperimentava Paolo Apostolo “ il male che non vogliamo” piuttosto che “il bene che vogliamo”. Per contrastare questa tendenza viene incontro la grazia, vengono incontro i Sacramenti, viene incontro lo Spirito Santo!
Nonostante questa inclinazione che tende a buttarci giù, questa specie di forza di gravità che ci schiaccia e ci deprime e tante volte ci scoraggia nel compiere il bene…nonostante tutto questo, il fervore di spirito ci piace. Ci piacciono le persone entusiaste delle cose, che si danno una mossa, che si sacrificano per qualcuno o qualcosa. Ci piace chi è disposto a dare la vita per noi, chi lotta e non si arrende.
Faccio un esempio calcistico. Tutti facciamo il tifo per quei calciatori che escono dal campo dopo aver lottato, quelli che sono stati su ogni pallone, che sono stati generosi con i compagni, e non hanno mai mollato un attimo. Ci piace chi crede e spera fino in fondo, chi non si rassegna.
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