Vergine Santa vogliamo guardarti negli occhi e pronunciare dolcemente il Tuo nome di Madre. Madre della tenerezza: insegnaci la gioia della Pasqua.
Riempi le nostre strade del profumo della Vita nuova; entra nelle nostre case e pranza e cena con noi: uomini in cammino.
Facci sentire la nostalgia del cielo, dell’azzurro immenso.
Siedi alle nostre sedie e ascolta le nostre ansie. Impasta con noi il Pane nuovo, che il Tuo Figlio Gesù spezzerà nell’ultimo giorno.
Aiutaci a scorgere i «diversi», i più poveri, quanti sono schiacciati dal fardello di una vita faticosa, insegnaci l’arte dell’accoglienza, come facevi Tu.
Asciuga le tante lacrime e sussurraci il segreto della speranza.
Guida la nostra mano, per dipingere con Te, la nostra vita delle tonalità del cielo. Sarà come rincontrarti per le stradine di Nazareth e risentire la tua voce che scalda e dilata il cuore.
Madonna del Predicatore rendi sicuri i nostri passi: non ci perderemo così nel buio di un’esistenza incerta e quando le onde e le tempeste della vita vorranno sopraffarci e inghiottirci guarderemo a Te, stella del mare e porto sicuro del nostro cuore.
Cara Madre ricordaci le dolci melodie di antiche preghiere imparate da bambini sulle braccia delle nostre mamme, per cantare, a una sola voce con Te, al Tuo Gesù, il nostro perenne canto di lode e ringraziamento. Amen.
Ecco già una mano forata che schioda dal legno la tua. Ecco un volto amico, intriso di sangue e coronato di spine, che sfiora con un bacio la tua fronte febbricitante. Tra poco, il buio cederà posto alla luce, la terra riacquisterà i suoi colori verginali, e il sole della Pasqua irromperà tra le nuvole in fuga.
Vi proponiamo una riflessione sul brano I Will Wait dei Mumford & Sons contenuta in Babel, secondo album del gruppo britannico. Buona lettura!
E me ne torno a casa Come un sasso E mi sento pesante tra le tue braccia Questi giorni di polvere Che abbiamo conosciuto Se ne voleranno via con questo nuovo sole
Intuitivamente mi fa pensare al peso del peccato, alla parabola del figliol prodigo, al suo ritorno a casa. Al peso della vita in determinati momenti, ai giorni di polvere, alla caducità della vita. Tutte cose destinate a dissolversi al giungere del sole della grazia. Luce che libera dalle tenebre.
E mi inginocchierò Aspettandoti E mi inginocchierò Conosco il mio terreno E aspetterò, aspetterò te E aspetterò, aspetterò te
Questa strofa fa pensare a quello stare in ginocchio tipico di chi attende con cuore contrito la grazia sperata. È l’attesa di Cristo, della Sua Luce dopo la notte della prova o dopo l’aridità del quotidiano vivere. È l’attesa dell’amato come nel Cantico dei Cantici.
Così interrompo il mio passo E cedo Tu hai perdonato e non me lo dimenticherò Sappiamo quello che abbiamo visto E lui con meno Ora in qualche modo Scuote l’eccesso
Cedere il passo a Lui quando irrompe nella nostra vita, interrompere il proprio cammino per permettere alla Sua volontà di sorprenderci. Questo incontro è incontro con la Verità che mette a nudo la nostra miseria, grazia che fa uscire allo scoperto gli errori, i peccati e nel medesimo tempo manifesta la grandezza di un perdono senza riserve. Ci leggo un richiamo ai Salmi 51 e 39: il riconoscere i propri peccati, il chiedere perdono e la gioia per il perdono ottenuto, lo sperare nel Signore, il Suo chinarsi per ascoltare le nostre suppliche.
Ho sperato, ho sperato nel Signore, ed egli su di me si è chinato, ha dato ascolto al mio grido. Non accetta sacrificio ne olocausto… allora da lì il bisogno di raccontare le grandi cose che il Signore ha compiuto in noi...
Così sarò audace Quanto forte E metterò in accordo mente e cuore Perciò prendi la mia carne E fissami negli occhi
Il Signore ci rende audaci, come dice sempre il salmo 39: mi ha tratto da un pozzo di acque tumultuose, dal fango della palude; ha stabilito i miei piedi sulla roccia, ha reso sicuri i miei passi.
E occorre realmente mettere d’accordo mente e cuore come ci ricordano la tradizione giudaica e il Vangelo di Marco: Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza“. Questo è il primo comandamento. (Mc 12, 30-31). Accordare mente e cuore, fede e razionalità in una lotta fra spirito e carne, fra le deduzioni del mondo e il richiamo ai doveri del cristiano.
“Prendi la mia carne”, cioè “fa che possa servirti con la mia vita, fa che possa diventare pane spezzato per il mondo” e tenere sempre fissi gli occhi sul Tuo Corpo donato per amore, all’Eucaristia, per non cadere, per non voltarmi indietro.
Abbiamo bisogno di guardare Cristo, di contemplarlo, di lasciarci amare da Lui per imparare ad amare i nostri fratelli.
La mente incatenata dalle menzogne, la vita zavorrata perché fondata sull’egoismo è ora finalmente libera. Liberata dallo sguardo di Colui che ci ha riportati alla vita. Liberi dal peccato, liberi dai pregiudizi, liberi da tutto ciò che appesantisce il cuore e la vita. La sua Parola rende liberi e libera, e chi viene liberato, a sua volta, si mette a servire per liberare.
Alzo le mani Dipingo d’oro la mia anima E chino la testa Rallento il mio cuore
È il tempo della gratitudine e della lode, il tempo di alzare le mani verso quel Cielo ormai vicino. Col capo chino, non per vergogna, ma con gli occhi ricolmi di gioiose lacrime, ed il cuore finalmente in pace, lieto, grato.
“I will wait for you…”
La canzone termina con un grido finale ripetuto “I will wait for you…”, grido che suona come l’eco della voce di un Dio che attende i suoi figli con amore, che attende me e te, che attende tutti, che attende sempre, anche dopo averci trovato, nonostante i nostri no, nonostante tutto.
[…]Non c’è crisi vocazionale là dove ci sono consacrati capaci di trasmettere, con la propria testimonianza, la bellezza della consacrazione. E la testimonianza è feconda. Se non c’è una testimonianza, se non c’è coerenza, non ci saranno vocazioni. E a questa testimonianza siete chiamati. Questo è il vostro ministero, la vostra missione. Non siete soltanto “maestri”; siete soprattutto testimoni della sequela di Cristo nel vostro proprio carisma. E questo si può fare se ogni giorno si riscopre con gioia di essere discepoli di Gesù. Da qui deriva anche l’esigenza di curare sempre la vostra stessa formazione personale, a partire dall’amicizia forte con l’unico Maestro. In questi giorni della Risurrezione, la parola che nella preghiera mi risuonava spesso era la “Galilea”, “là dove tutto incominciò”, dice Pietro nel suo primo discorso. Le cose accadute a Gerusalemme ma che sono incominciate in Galilea. Anche la nostra vita è incominciata in una “Galilea”: ognuno di noi ha avuto l’esperienza della Galilea, dell’incontro con il Signore, quell’incontro che non si dimentica, ma tante volte finisce coperto da cose, dal lavoro, da inquietudini e anche da peccati e mondanità. Per dare testimonianza è necessario fare spesso il pellegrinaggio alla propria Galilea, riprendere la memoria di quell’incontro, quello stupore, e da lì ripartire. Questa è una disciplina di quelli e di quelle che vogliono dare testimonianza: andare indietro alla propria Galilea, dove ho incontrato il Signore; a quel primo stupore […]. (Papa Francesco – Udienza ai partecipanti al Convegno dei Formatori di consacrati e consacrate)
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