Vorremmo quasi che oggi riapparisse in cielo, quello stesso arcobaleno che unì Cellere al ritiro della Presentazione di Maria SS.ma al Tempio, sul monte Argentario, quel 14 agosto 1750, giorno della morte del Venerabile Fratel Giacomo: un arcobaleno di pace, di santità, che rischiari anche oggi il nostro cielo, il nostro mondo, il nostro cuore.
Verrebbe da dire che a stare con i santi non ci si stanca mai, perché essi – se lo vogliamo – non fanno fatica a stare con noi. (Continua a leggere)
Oggi la nostra Congregazione ricorda il Beato Pio Campidelli. Di lui S.Giovanni Paolo II disse:
[…] Come il buon sale, immersi nell’esperienza multiforme della vita umana e nell’epoca storica alla quale sono inviati, i santi, con l’intenso sapore della loro testimonianza fedele al Vangelo fino all’eroismo, sanno permeare il loro ambiente della dottrina di Cristo, contribuendo alla progressiva attuazione della missione della Chiesa nel mondo. Nell’anno internazionale della gioventù è elevato alla gloria degli altari Pio Campidelli, fratel Pio di San Luigi, un giovane che, come sale saporoso, ha dato la vita per la sua terra, per il suo popolo: offri la vita per la Chiesa, il Papa, la conversione dei peccatori, per la sua Romagna. Fratel Pio ha trovato il valore fondamentale della sua vita religiosa proprio nel dono di se stesso. Questo tratto essenziale della sua fisionomia interiore apparve ai testimoni specialmente nel momento della morte, quando, « con piena conoscenza della sua prossima consumazione andavasi tuttodì offrendo a compiere perfettamente il suo sacrificio per uniformarsi alla volontà del suo Dio; l’offriva per la Chiesa… e in specie per il bene della sua diletta Romagna » (dal Processo Canonico)[…].
Presso il Ritiro del Monte Argentario si è tenuto un incontro pomeridiano per ricordare la figura del Servo di Dio P.Candido Amantini, famoso esorcista passionista della Scala Santa.
L’iniziativa rientra tra quelle previste nell’ambito delle celebrazioni per l’Anno Centenario della nascita del servo di Dio P.Candido Amantini.
[…] La Congregazione dei Passionisti, che fin dall’inizio si è impegnata con tutte le forze nel campo della evangelizzazione, è chiamata oggi ad operare con rinnovato vigore a servizio della nuova evangelizzazione: il mistero della Croce è il fulcro intorno al quale ogni sforzo in tal senso dovrà convergere. I figli di san Paolo della Croce sono gli eredi di una lunga tradizione di catechesi e di annuncio del Vangelo mediante le missioni popolari, gli esercizi spirituali, la direzione spirituale e tutti quei mezzi che l’amore di Dio “ingegnosissimo” (Reg., 1775, c. 16), sa escogitare. Occorre perseverare in questo impegno rinnovando le forme tradizionali ed approntandone di nuove, in sintonia con lo zelo del Fondatore.
Mi rallegro anche delle numerose missioni che la Congregazione ha assunto in Paesi particolarmente bisognosi di evangelizzazione, attuando un progetto che fu sempre nell’anima di san Paolo della Croce. Nelle inevitabili difficoltà che questi compiti implicano, esorto tutti i suoi membri a mantenere ferma la persuasione che Dio sta preparando una grande primavera cristiana e missionaria, di cui già si vede l’inizio (cf. Giovanni Paolo II, Redemptoris missio, 86). Essenziale è che essi non dimentichino mai che la Croce è il segno distintivo che identifica il cristianesimo come tale e lo distingue da ogni altra religione. Nell’epoca attuale in cui spesso la confusione si insinua in tante anime, soprattutto attraverso la penetrazione di sette e culti esoterici, i Passionisti sono chiamati a mettere in evidenza la peculiarità e l’insostituibilità del kerigma della Croce, costitutivo essenziale dell’annuncio della salvezza.
4. San Paolo della Croce comunicò il “carisma” della Passione anzitutto ai “compagni”, che fin dalla prima giovinezza si sentì ispirato a raccogliere intorno a sé e poi, per il loro tramite, all’intera Congregazione e agli altri Istituti e Movimenti che ad essa fanno riferimento. La Chiesa ha riconosciuto l’autenticità di questo carisma, affidando alla Congregazione il compito specifico di mantenere perennemente viva la “memoria Passionis”, coltivandola sia nella ricerca spirituale, personale e comunitaria, sia nell’apostolato rivolto direttamente al popolo. È infatti di vitale importanza fare in modo che non venga resa vana la Croce di Cristo (cf. 1 Cor 1, 17), vigilando per smascherare la menzogna con cui il mondo tende ad appropriarsi degli stessi doni di Dio e a deformare l’immagine di Cristo impressa con il battesimo nei credenti.
Tale discernimento richiede profondo distacco dalle cose del mondo e autentica povertà di spirito, virtù che tanto stavano a cuore al Fondatore, il quale parlava in proposito di mistica morte per rinascere in Dio, invitando a immergersi nel proprio nulla: niente potere, niente avere, niente sapere.
Fedeli alla tradizione che li vuole maestri di preghiera (cf. Cost., 37), i Passionisti continueranno a coltivare una forte spiritualità che comunichi a tante altre anime assetate di perfezione il desiderio di partecipare all’annientamento di Cristo per rinascere ogni giorno ad una vita più alta (cf. Giovanni Paolo II, Redemptionis donum, 10). Ciò suppone un profondo ascolto di Dio, impegno che san Paolo della Croce, nel suo testamento spirituale, intendeva salvaguardare e custodire per mezzo della povertà, della solitudine e dell’orazione. È proprio l’ascolto di Dio che rende possibile l’ascolto dell’uomo, delle sue sofferenze, della sua fame di Dio e di giustizia[…].
Nel Diario, primo e più importante scritto di Paolo, il nome di Teresa è l’unico che figuri: la nota protesta della grande Contemplativa: « O patire o morire!» doveva averlo colpito profondamente. Di lei era « devoto » e ne leggeva le opere « con piacere ».
Nell’epistolario mostra di conoscerne la vita ed esorta ad imitarne gli esempi.
« Non stia mai in ozio — scrive alla giovane Teresa Palozzi —, lavori in silenzio e faccia conto d’aver sempre Gesù a lato, come faceva S. Teresa ». « Vostra Reverenza — esorta l’amico Scarsella — non si sgomenti per le contrarie risvegliate fazioni e ripulse, per grandi che possano essere; anzi prenda da esse maggior coraggio a somiglianza di S. Teresa, che protestava allora invogliarsi più d’accingersi all’imprese per la gloria divina, quanto maggiori scorgeva in esse difficoltà ».
«Anche la Serafica S. Teresa, serafina del Carmelo — ricorda ad una religiosa — poco dopo che fu monaca, fu assalita da dolori atroci, che le durarono degli anni e conveniva rivolgerla da uh lato all’altro del letto con le lenzuola ». — « Sia amantissimo della santa orazione ad imitazione di S. Teresa », consiglia ad un giovane sacerdote. « Le raccomando altresì — ripete ad un altro — di fare ad imitazione di S. Teresa un abito grande al raccoglimento e solitudine interna ». Ad un superiore ricorda la dottrinà di S. Bernardo: « Rector omnia videat, multa dissimulet, pauca castiget », perché, spiega citando S. Teresa, « chi troppo tira, si strappa, tanto più che tutti hanno buona volontà; ma per vederli volare alla perfezione, bisogna che Dio gli dia le ali ».
Anch’egli (n.d.r. S.Paolo della Croce) è convinto che ad una certa fase della vita interiore l’anima obbedisce alla legge del silenzio: « Lo stato presente della sua orazione — spiega alla Bresciani — non ha bisogno di molte parole: l’amore parla poco ». Precisamente, scrive pure Teresa, come « quando due persone si amano molto e sono sveglie d’ingegno, s’intendono fra loro senza far cenni, ma solo col guardarsi » – In altri termini, l’anima « in una occhiata d’amore, in pura fede, conosce gran cose ».
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