Proprio i primi paragrafi delle Costituzioni ci ricordano che il nostro stile di vita è fondato sulla povertà evangelica “tanto necessaria per osservare gli altri consigli evangelici, per perseverare nell’orazione e per annunziare assiduamente la Parola della Croce”. Negli studi pubblicati recentemente su “Notizie”, possiamo vedere che l’amore di Paolo per la povertà emula l’ardore del poverello di Assisi. Nel descrivere le celle dei religiosi, dice di passaggio che devono “essere a somiglianza di quelle dei RR.PP. Cappuccini” (Notizia 1747 n. 8), e quando raccomanda un antidoto a tutti quei mali che impediscono al cuore dell’uomo di “elevarsi al Dio supremo”, egli dice ai suoi figli di abbracciare “la santa Povertà insegnata e praticata da Gesù Cristo” (Notizia 1768 n.5) (29).
Se Paolo della Croce fa appello al messaggio perenne di Francesco di Assisi, la nostra devozione alla povertà deve andare al di là di una funzione preservativa che ci difende dall’assillo della preoccupazione per i beni temporali. Essa deve essere in primo luogo latreutica come è nella tradizione francescana; deve essere un lungo cantico di ringraziamento per la premurosa provvidenza del Padre celeste. Perciò, se uno dei primi valori della nostra vita è la nostra solidarietà per i poveri (Cost. 10 nota 12), dobbiamo essere educati da questa efficienza unitiva che ci rende capaci di sentire un vero legame con i poveri. Infine se, come il n. 10 ci ricorda, ci ispiriamo a Lui che, “da ricco che era si é fatto povero, perché con la Sua povertà, noi fossimo fatti ricchi”, dobbiamo riconoscere un valore redentivo alla nostra povertà. Se possiamo diventare con Gesù corredentori della nostra storia solo per modum exhortationis et per modum exempli (30), dobbiamo scoprire il valore redentivo dato a questo spogliamento di sé da Gesù stesso.
(P. Augustine Hennessy, c.p. – “Ricerche di storia e spiritualità passionista” n. 35 )
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