Domenica 31 luglio appuntamento alle ore 18:30 a Porto S.Stefano nella Chiesa di Santo Stefano Protomartire per la CELEBRAZIONE DEL MANDATO AI MISSIONARI
E dalle ore 22:00 vivi anche tu un’esperienza da non perdere per vivere un INCONTRO che trasforma!
Dal 27 al 31 luglio è possibile vivere 4 giorni di spiritualità presso il Ritiro Passionista del Monte Argentario. Questo tempo è pensato in particolar modo per giovani e giovani famiglie che volessero vivere una forte esperienza spirituale sui passi di San Paolo della Croce. Il ritiro culminerà il giorno 31 luglio con un forte momento di evangelizzazione per le strade di Porto Santo Stefano.
PROGRAMMA
Mercoledì 27
Arrivi (entro le 18,00)
19,00 Eucarestia
20,30 Cena
21,30 Scambio di esperienze sotto le stelle.
Giovedì 28
9,00 Lodi – Lectio Mc 10, 17-22 “Che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”
Deserto
13,00 Pranzo
16,00 “Porta Santa” – Confessioni
19,00 Eucarestia
21,30 Adorazione Eucaristica
Venerdì 29
9,00 Trekking – In cammino verso l’Eremo S.Antonio
Deserto
17,30 Via Crucis
19,00 Eucarestia
21,30 Adorazione della Croce
SABATO 30
9,00 Lodi Lectio Gv 19, 25 ss. “Ecco tua madre!” Deserto
19,00 Eucarestia
21,30 Veglia Mariana
DOMENICA 31
Ore 18:30 Santa Messa a Porto S.Stefano nella Chiesa di Santo Stefano Protomartire CELEBRAZIONE DEL MANDATO AI MISSIONARI
Dalle 22:00 Esperienza di evangelizzazione per le strade di Porto Santo Stefano “Una luce nella notte”
Prenotarsi quanto prima possibile : P. Carlo : carlopassio@libero.it Fr. Giuseppe : ranaldipassio1961@gmail.com
Accoglienza, con vitto e alloggio, nella Foresteria del Convento (Offerta di 25Eur al giorno a persona / ragazzi e bambini gratis).
*Per chi non pernotta, offerta libera (per i pasti)
Sabato 9 luglio a partire dalle ore 21:30 decine di giovani missionari annunceranno il Signore per le strade di Orbetello, mentre Gesù sarà solennemente esposto per l’Adorazione fino alle 2:00 di notte presso il Duomo di Santa Maria Assunta.
Un momento di grazia da vivere e non lasciarsi sfuggire!
Di seguito la bellissima testimonianza tenuta al Monte Argentario da don Ermanno D’Onofrio, sacerdote della Diocesi di Frosinone, nell’ambito dell’esperienza dell’UNITALSI denominata “Il Monte”. Don Ermanno oltre ad essere psicologo, psicoterapeuta, docente del SICOF (Scuola Italiana per Consulenti) e ricercatore in Scienze dell’Orientamento presso l’Università di Cassino, è anche Presidente dell’Associazione Nazionale di volontariato “Il Giardino delle rose blu ONLUS” che da anni si occupa di disabilità e recupero.
Sull’attenzione premurosa di san Paolo della croce verso gli ammalati, nel corpo e nello spirito, si potrebbero scrivere fiumi di pagine, tutte segnate da quella “compassione” quasi istintiva che sempre caratterizzava i suoi rapporti con i sofferenti di ogni categoria sociale.
L’esperienza vissuta con il fratello P. Giovanni Battista all’ospedale san Gallicano a Roma lo vede tutto proteso nel servizio agli “infermi tignosi”, in quella “vigna preziosa, o per dir meglio, in quella fornace di carità” dell’ospedale romano, come lui stesso la definisce scrivendo a don Tuccinardi. Sarà la scelta di “poterci ritirare in solitudine” che spingerà Paolo a non continuare l’esperienza tra i malati a san Gallicano, per cui chiederà di essere esonerato da quel servizio, non riconoscendo in esso il “carisma” al quale il Signore lo chiamava.
Ma Paolo parte da san Gallicano ancora più aperto verso le tante sofferenze umane, deciso ad orientare il cammino della nascente Congregazione verso quella “grata Memoria della Passione di Gesù”, che fa toccare “la carne viva del Crocifisso” nei “crocifissi” di ogni tempo.
In Missione la sua carità “si diffondeva in particolare verso gl’infermi ed i carcerati”; e quando non poteva visitarli personalmente – ricorda don Nicola Costantini nei Processi – mandava i suoi religiosi; così come avrebbe specificato nelle Regole, raccomandando loro le stesse opere di misericordia da compiersi ogni volta che per incombenze fossero usciti dal ritiro, restando loro proibito di far visite di “puro complimento” (Regola del 1746, cap. 25).
“I miei cari poverelli”chiamava le persone povere ed abbandonate, soprattutto se inferme; un’espressione dall’accento tenerissimo! Nel breve periodo vissuto all’ospizio del Crocifisso a Roma, le “prime mire” dei religiosi dovevano essere per loro; “ed a quest’effetto li mandava continuamente all’ospedale vicino di san Giovanni in Laterano” (Fr. Francesco nei Processi).
Anche lui ci sarebbe andato, ma nel ’69, quando si stabilì a Roma, era già vecchio e non avrebbe potuto udire le confessioni dei malati. E questo gli dispiaceva :“Se non fossi sordo – ripeteva con enfasi – vorrei andare all’ospedale di san Giovanni dalla mattina fino all’ora di mezzogiorno, e vi tornerei il dopopranzo fino alla sera per ascoltare le confessioni di quei poveri infermi ed aiutarli in quel modo che mi fosse stato possibile. Al mio desiderio manca la forza! Oh che gran vigna l’ospedale! – lo sentì più volte esclamare fr. Bartolomeo – “gran bene si fa intorno agl’infermi. Siano benedetti!” E raccomandava ai suoi religiosi :“Vadino pure ad aiutare quei poverelli! Ah se non fossi sordo e così indisposto, oh! Quanto vi anderei volentieri! Ma Dio non vuole e sono contento!”
Ancora più intensa la premura del P. Paolo verso i suoi confratelli in comunità.
“Per gli infermi era solito dire – depone il P. Bonaventura – che ci voleva o una madre o un santo”. E lo Strambi commenta che “il P. Paoloaveacor di madre, perché avea carità di santo”
(Vita, II, c. XIII, p. 321).
In concreto, Paolo visitava spesso in comunità i malati, “li consolava, l’incoraggiava e procurava che non li fosse mancato nulla del necessario(…); ed era solito dire – come spesso io stesso l’ho inteso – che per i nostri religiosi infermi se non vi fosse stato altro modo per sovvenirli, si fossero venduti i calici e le suppellettili della chiesa” (P. G. Andrea nei Processi).
Interessante quanto racconta con molta franchezza il P. G.Giacinto a proposito di quanto accadde a lui stesso a s. Eutizio : “Andai soggetto ad una grave infermità. Riavutomi dal male violento, caddi in una specie di languore che faceva sospettare di mia salute, e ben temevasi che potessi cadere in una etisia, specialmente perché una febbre lenta, che mi cruciava, poteva dirsi pressochè continua. Mi si usava qualche assistenza, ma non tanta quanta esigeva il bisogno. La povertà, forse, del ritiro non permetteva di più. Ne giunse notizia al ven. P. Paolo, il quale dimorava nel ritiro di s. Angelo. Ne sentì rincrescimento e per quella carità che egli aveva per tutti, non fu contento di mandar ordini in scritto, ma volle di persona portarsi a s. Eutizio. Fece quivi un forte rimprovero al superiore per la poca carità ed assistenza che usavasi meco, il superiore fece le sue scuse, adducendo che la povertà e la strettezza del ritiro non permettevano far di vantaggio; ma il servo di Dio non mandò a lui buona una tal discolpa, e con zelo di carità soggiunse che in questi casi, se bisognava, doveva vendersi anche il calice d’argento, giacchè uno ve n’era in s. Eutizio di tal metallo…”.
Bastava sapesse che qualcuno stava male per andar subito a visitarlo, “benchèavesse dovuto salire molti scalini con grave suo incomodo”. E volentieri poi cedeva ad altri qualche medicina a lui prescritta, come una volta accadde per certe pasticche, che ordinò fossero date ad un fratello religioso molto raffreddato. “Portate le rotelle a quel povero fratello che ne ha più bisogno di me – disse a fr. Bartolomeo . Fra noi tutto è in comune!”
Se c’era un religioso febbricitante, “non trovava quiete per la pena che provava. Lo visitava più volte al giorno…” (è sempre fr. Bartolomeo che ne dà testimonianza); “ogni volta che vedeva me, domandava come stava l’infermo; voleva si stesse attentissimo agli ordini del medico, si provvedesse la carne e tutto il bisognevole; se il male era grave, non voleva si lasciasse l’infermo solo…”
Non badava a spese per le cure; “voleva veder tutto, saper tutto”; vigilava sulla pulizia delle camere, della biancheria. Ordinava l’uso del materasso e, se il male era serio, anche delle lenzuola.
Spesso si portava in cucina ed osservava se si preparassero con tutta carità i cibi necessari per gl’infermi…” Al ritiro della Presentazione un giorno chiese a fratel Giuseppino cosa avesse preparato per alcuni religiosi indisposti; ed avendo saputo che era stato dato loro del pancotto con l’olio, acceso allora di zelo e carità, disse al detto infermiere che non era questo il modo di alimentare i poveri infermi e che quando fosse mancato il comodo di comprare la carne, si fosse venduta una suppellettile sacra per supplire al bisogno” (Fr. Michelangelo nei Processi).
Si potrebbe continuare all’infinito nei racconti, ma ci fermiamo qui. Bastano questi “sprazzi di vita” così semplici e concreti per toccare con mano la costante attenzione di Paolo della croce verso i malati, lasciandoci contagiareanche noi da una così grande tenerezza di padre.
Continuando le nostre riflessioni su “La misericordia in san Paolo della Croce”, cercherò di far emergere, d’ora in poi, quelle note tipiche del suo agire che ci mostrino come lui abbia vissuto quelle “opere di misericordia” che Papa Francesco tanto ha raccomandato di riscoprire ed attuare a partire da quest’Anno Giubilare.
Ci fermeremo, questa volta, su quell’opera di misericordia spirituale che invita ad “ammonire chi cade in errore” : non si tratta di accusare nessuno, sentendosi magari perfetti e superiori, ma di esercitare la “carità” della correzione fraterna verso chi “ha smarrito la strada” e non si vuole che si perda.
Ed in questo, Paolo della Croce, è un vero Maestro ed un amorevole Padre.
Come Padre e Fondatore, Paolo esprime nei suoi gesti e nelle sue parole quei genuini tratti di umanità e fermezza che dovrebbero segnare l’agire di chi è chiamato, nella comunità, ad esercitare il “servizio dell’autorità”.
“Univa un misto di rigore e dolcezza impossibile a ben spiegarsi, facendo uso ora più di uno ora più dell’altra, secondo il bisogno del fratello”. Così P. Giacinto testimonia nei Processi.
E p. Valentino conferma : “Andava osservando le disposizioni dei religiosi quando doveva comandarli o avvisarli o correggerli, servendosi di maniere forti e soavi, secondo giudicava opportuno”.
Sentendosi responsabile della nascente Congregazione, ne segue i primi passi con prudenza e vigilanza. “Vigili sopra tutto e sopra tutti” – raccomanda al P. G.Battista di s. Ignazio – “abbia buon concetto di tutti, ma sia tutt’occhi per osservare gli andamenti di tutti e di ciascuno in particolare”.
Nel dare ordini o facendo quei giusti rilievi che ritiene opportuno, Paolo desidera che i religiosi si uniformino al suo esempio e facciano tesoro delle sue esperienze… “Adesso – confida al P. Tommaso Struzzieriin merito al comportamento di un religioso – voglio dirle come mi son sempre regolato io…”
Chi più di lui avrebbe potuto sentire come proprio il destino di quei primi “compagni” che vivevano per il suo ideale e si affidavano al suo governo?
E’ meraviglioso questo stile di Paolo, di partire da se stesso, dal suo esempio, offrendo la sua esperienza. E’ come dire a chi “sta sbagliando” : vedi, ti parlo per quello che anch’io vivo nella mia lotta contro il male : ho la sensazione che questa strada non ti faccia bene, che ti allontani dalla tua verità. Non mi sento bene se continui così, io soffro nel vederti su questa strada…”
Ecco, è proprio in questo clima che può e deve nascere la vera “correzione fraterna” : non come occasione di ritorsioni o condanne sommarie, non come tribunale di accusa da parte di ipocriti che si ritengono sempre giusti, come i farisei del vangelo!
Se si vive in comunità la correzione fraterna come esercizio di carità, si evita il pericolo di sparlare degli altri, suscitando dicerie e mormorazioni. Si sa quanto sia difficile questo!
E’ più facile magari chiedere al superiore che una certa persona cambi il proprio comportamento. O anche davanti al superiore ci indigniamo contro il fratello o la sorella, ma non abbiamo il coraggio di rivolgerci direttamente a costui o costei. Non è facile trovare il tono giusto.
Paolo della Croce mette in gioco se stesso ammonendo i fratelli, ben sapendo che solo l’esempio trascina, non le belle parole o, peggio, i facili rimproveri. Infonde coraggio nell’andare incontro all’altro, pur esigendo da ciascuno tutto il possibile nell’osservanza della Regola, nel rispetto della disciplina, tenendo fermo lo spirito dell’Istituto.
La sua vigilanza di buon Padre e le sue continue esortazioni non mirano ad altro se non al bene delle persone, guardando all’oggettiva vocazione spirituale di ognuno. Per questo, in qualche caso, si contenta dell’essenziale, quando si rende conto che non è possibile ottenere di più da qualche religioso e che sarebbe ingenuo e pericoloso esigere il massimo ad ogni costo.
A proposito di un certo P. Giuseppe, un po’ “problematico”, così scrive al P. Fulgenzio : “(…) occorre contentarsi che osservi le sante Regole saltemnell’essenziale; e quando si vede difettare, mirarlo con comprensione e correggerlo con sopraffina carità, con dargli anche gli opportuni medicamenti, tanto in capitolo nelle colpe, come altrove, ecc…Se riesce di cooperare di condurlo al cielo, che gran guadagno! Che gran gloria di Dio!”.
E le speranze di Paolo non erano campate in aria, perché neppure un mese prima aveva ricevuto dal suddetto P. Giuseppe una lettera in cui manifestava tutta la sua buona volontà di correggersi. “Si umilia molto – scrive Paolo a P. Fulgenzio – e creda che mi mette compassione, e se dice davvero, mostra volersi emendare. Ah! Il Divin Pastore cerca e ricerca la povera pecorella. Cerchiamo consolarla con medicarla, affinchè guarisca e non si separi dal suo ovile in questa Congregazione; se poi, non si potrà fare altrimenti, pazienza! Sibiimputet!”.
Sembra sentir riecheggiare il brano di Matteo 18,15-18 sulla correzione fraterna : un sentirsi coinvolti in prima persona nel custodire il fratello anche ammonendolo con carità, per “guadagnare” il fratello, come dice Gesù. Che non significa tirarlo dalla propria parte! Guadagnare vuol dire piuttosto guadagnare l’altro alla vita, “al cielo”, direbbe san Paolo, lui che come Padre amorevole altro non desiderava se non che si aprissero gli occhi a chi cadeva in errore, riuscendo a guardare la propria vita in modo nuovo ed a percorrere il proprio cammino rinvigorito e fiducioso.
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