Abbiamo trattato del terribile viaggio compiuto da Paolo della Croce nelle periferie più oscure della sua vita. Quelle, tuttavia, non furono le sue uniche notti.
Come se non bastasse la guerra che già gli muoveva l’inferno, il Signore permise che il Santo vivesse un ulteriore, terrificante martirio che i mistici generalmente chiamano: notte oscura.
Si tratta di un insieme di tremende tentazioni contro la fede, la speranza, la carità, la pazienza e altre virtù, unito a travagli, desolazioni, abbandoni e tenebre interiori, che tengono l’anima sotto il torchio della croce, e le fanno soffrire una pena così grande, che si può paragonare alla pena del danno che soffrono i dannati dell’inferno.
Una sensazione di abbandono totale, snervante se si considera la durata che ebbe nella vita del nostro Santo: 50 lunghissimi anni.
Per comprendere alcune storie, bisogna essere disposti a calarsi negli anfratti più tenebrosi, nelle periferie più oscure e dimenticate.
In pochi sono a conoscenza delle spaventose visioni che Paolo della Croce ebbe dell’inferno e alla sua lotta, durata tutta la vita, contro “i Principati e le potestà, contro i “dominatori di questo mondo di tenebra” utilizzando la terminologia dell’omonimo Apostolo delle genti.
Per aumentare ancora di più la sua sete di anime il Signore volle mostrare a Paolo della Croce le pene riservate a coloro che si fossero rifiutati di corrispondere al Suo Amore.
Un giorno alla presenza della sorella Teresa e del fratello Giovanni Battista, mentre giovanissimo meditava sulle verità eterne nella sua casa di Castellazzo, fu trasportato in spirito in quel luogo di tormenti. Vide per qualche istante le pene dei dannati e lo spavento fu tale e tanto che perdette i sensi, gridando fortemente parole incoerenti di disperazione.
In questi giorni in cui si parla di terribili epidemie, non mancano eroici esempi di virtù.
È di un paio di mesi fa la notizia di un missionario spagnolo morto di ebola per aver assistito dei malati che avevano a loro volta contratto la stessa terribile malattia.
Non c’è da stupirsi. La storia insegna che i cristiani, fin dai primi secoli, sono stati sempre sensibili all’assistenza particolare e sistematica degli ammalati (gli ospedali sono nati in ambiente cristiano).
Dio si è fatto uomo in Cristo, rivelando all’umanità il volto pieno di misericordia del Padre e donando a noi tutti il comandamento dell’amore verso ogni uomo. Nella sua vita terrena, Gesù è stato medico delle anime e dei corpi guarendo e sanando ogni sorta di infermità.
Ogni qual volta si incontra Gesù nei Vangeli, infatti, lo si trova intento a guarire e liberare.
Le guarigioni, oltre ad essere segni messianici, avevano lo scopo di far toccare con mano l’amore di Dio per ogni uomo che soffre.
Quarto giorno di novena in preparazione alla Solennità di S.Paolo della Croce. Abbiamo visto come il nostro Santo in modo profetico si fosse fatto interprete, già a suo tempo, del pensiero, oggi centrale nel pontificato di Papa Francesco, dell’andare verso le periferie esistenziali.
Abbiamo trattato del suo amore per i poveri, per i briganti, per i derelitti e visto come alla base del suo slancio apostolico vi fosse l’ardente desiderio di cooperare alla salvezza delle anime.
Per questo motivo Paolo della Croce aveva un certo “debole” per la santa confessione, strumento privilegiato per ricondurre le anime a Dio.
Questo sacramento fu di primaria importanza fin dai primi anni del suo ministro sacerdotale e punto centrale di ogni sua missione. Tanto che egli stesso ebbe modo di dire, in più di una occasione, che una missione senza confessioni sarebbe stata da considerarsi un insuccesso totale: il vacuo tintinnio di un cembalo squillante.
L’uditorio di Paolo, specie in alcune zone e in certi periodi, era il più eterogeneo che si potesse immaginare. Basterebbe pensare quello che gremiva le chiese (o le piazze) dello Stato dei Presidi, da Orbetello a Porto Azzurro, dove soldati di ogni lingua e foggia si confondevano con ufficiali e cavalieri, chierici e dame, artigiani, pescatori, contadini, popolane, eremiti, mendicanti.
La scena ci sarebbe parsa ricca di contrasti oltre che piuttosto variopinta.
Ma la nota più singolare del quadro l’avrebbe offerta la presenza di tipi originali, sospettosi ed alteri, in genere nascosti, a meno che non fossero, come nei Paesi dello Stato Pontificio, muniti di regolare salvacondotto che li proteggeva dalla rabbiosa caccia che davano loro le forze dell’ordine del tempo. Erano i malavitosi del ‘700: contrabbandieri, banditi, briganti. Vivevano ai margini della società, braccati dalla giustizia, sempre latitanti per sfuggire alla forca. Una delle piaghe più vergognose dell’epoca.
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