In questi giorni in cui si parla di terribili epidemie, non mancano eroici esempi di virtù.
È di un paio di mesi fa la notizia di un missionario spagnolo morto di ebola per aver assistito dei malati che avevano a loro volta contratto la stessa terribile malattia.
Non c’è da stupirsi. La storia insegna che i cristiani, fin dai primi secoli, sono stati sempre sensibili all’assistenza particolare e sistematica degli ammalati (gli ospedali sono nati in ambiente cristiano).
Dio si è fatto uomo in Cristo, rivelando all’umanità il volto pieno di misericordia del Padre e donando a noi tutti il comandamento dell’amore verso ogni uomo. Nella sua vita terrena, Gesù è stato medico delle anime e dei corpi guarendo e sanando ogni sorta di infermità.
Ogni qual volta si incontra Gesù nei Vangeli, infatti, lo si trova intento a guarire e liberare.
Le guarigioni, oltre ad essere segni messianici, avevano lo scopo di far toccare con mano l’amore di Dio per ogni uomo che soffre.
Quarto giorno di novena in preparazione alla Solennità di S.Paolo della Croce. Abbiamo visto come il nostro Santo in modo profetico si fosse fatto interprete, già a suo tempo, del pensiero, oggi centrale nel pontificato di Papa Francesco, dell’andare verso le periferie esistenziali.
Abbiamo trattato del suo amore per i poveri, per i briganti, per i derelitti e visto come alla base del suo slancio apostolico vi fosse l’ardente desiderio di cooperare alla salvezza delle anime.
Per questo motivo Paolo della Croce aveva un certo “debole” per la santa confessione, strumento privilegiato per ricondurre le anime a Dio.
Questo sacramento fu di primaria importanza fin dai primi anni del suo ministro sacerdotale e punto centrale di ogni sua missione. Tanto che egli stesso ebbe modo di dire, in più di una occasione, che una missione senza confessioni sarebbe stata da considerarsi un insuccesso totale: il vacuo tintinnio di un cembalo squillante.
L’uditorio di Paolo, specie in alcune zone e in certi periodi, era il più eterogeneo che si potesse immaginare. Basterebbe pensare quello che gremiva le chiese (o le piazze) dello Stato dei Presidi, da Orbetello a Porto Azzurro, dove soldati di ogni lingua e foggia si confondevano con ufficiali e cavalieri, chierici e dame, artigiani, pescatori, contadini, popolane, eremiti, mendicanti.
La scena ci sarebbe parsa ricca di contrasti oltre che piuttosto variopinta.
Ma la nota più singolare del quadro l’avrebbe offerta la presenza di tipi originali, sospettosi ed alteri, in genere nascosti, a meno che non fossero, come nei Paesi dello Stato Pontificio, muniti di regolare salvacondotto che li proteggeva dalla rabbiosa caccia che davano loro le forze dell’ordine del tempo. Erano i malavitosi del ‘700: contrabbandieri, banditi, briganti. Vivevano ai margini della società, braccati dalla giustizia, sempre latitanti per sfuggire alla forca. Una delle piaghe più vergognose dell’epoca.
Quando si parla di vocazione si toccano le corde più intime del proprio cuore.
Quando si apre il cuore, non solo ci si affaccia sul mistero della nostra vita, ma anche – ed è questo il bello – ci affacciamo in punta di piedi sul mistero grande di Dio.
La nostra Comunità ha avuto la grande gioia di ricordare ed insieme festeggiare il 50esimo anniversario di S. Eccellenza Rev.ma P. Tommaso Cascianelli, religioso passionista, vescovo della diocesi brasiliana di Irecê e di p. Luigi Porcari, missionario – anch’egli – in Brasile!
Particolari momenti hanno caratterizzato questi due giorni, che per altro ci vedono impegnati nella preparazione alla festa del Santo Fondatore, mediante le riflessioni del nostro vice maestro P. Daniele Curci.
50 anni di fedeltà…quella del Signore verso chi si è fidato della Sua parola.
Quando l’eccesso di Dio tocca ed infiamma cuori, essi portano – incondizionatamente – il segno di questo eccesso: per cui davvero ”amare e servire” diventano gli unici modi per dire il nostro piccolo grazie. E’ questo un intreccio misterioso di vita e di follia! Perché solo chi è folle contagia, incendia il mondo; pone domande, apre prospettive nuove.
Tra i tanti doni che oggi abbiamo ricevuti, due grandi son degni di nota: il primo, il dono di una piccola statua di Nossa Senhora Aparecida di cui oggi, 12 ottobre, ricorre la festa, il secondo, sempre opera di Sua Eccellenza, il quale ha voluto condividere con noi qualche ricordo della beata Irmã Dulce (conosciuta come la Madre Teresa del Brasile) di cui Mons. Cascianelli fu ”figlio prediletto” e confidente spirituale. Una grande figura di testimone, perché ha saputo essere per tanti un segno certo della tenerezza di Dio.
Grazie P. Tommaso perché dopo 50 anni di vita religiosa e di apostolato al servizio della Chiesa è voluto tornare alle origini di tutto, qui sul Monte Argentario, dove prese corpo l’intuizione di Paolo della Croce. Grazie perché in questa, speciale, condivisione di vita abbiamo riconosciuti i segni della paternità di Dio…che guida sempre la sua Chiesa.
C’è un filo rosso, ancor una volta, che lega le pagine della storia – della nostra storia – è la santità, chiamata possibile nell’oggi di una vita travagliata, incerta…ma che ha – come tutto del resto – l’impronta dell’amore di Dio.
Dio fa sorgere i suoi santi proprio quando si affievolisce la speranza nel cuore dell’uomo. Dio torna ad accendere barlumi di santità proprio quando il mondo sprofonda nelle tenebre e disorientato cerca un approdo ove ancorare la zattera sconquassata della propria vita. In nostro oggi non è come l’epoca di Paolo della Croce in cui si predicava poco. Ai tempi nostri – per fortuna – tutti predicano. La gente di fine ‘700 come quella del 2014 ancora, però, riesce a riscontrare se quelle parola si trasformano in vita vissuta.
Per Paolo predicare era comunicare l’Evangelo in qualsiasi modo avvenisse. Egli predicava nelle chiese, nelle strade, aggrappato al suo crocefisso, con la gente nelle piazze del mercato e avendo nel cuore una certa passione per l’annuncio usava tutti i mezzi per comunicare questa ”buona notizia”. Paolo lo sapeva benissimo: la predicazione non passa solo attraverso le parole, essa passava – possiamo dire con più effetto – nella sua compassione; era un uomo profondamente e incessantemente preoccupato delle sofferenze (seppur di vario genere) delle persone. Paolo predicava quel Dio che si è fatto carne, del resto poteva farlo perchè aveva ben compreso – facendo posto nella sua vita all’Assoluto – che non si può parlare di un Dio che si fa uomo se non si è veramente umani nella nostra vita. Per questo fu credibile, e lo è ancora oggi. Per questo il suo parlare convertiva tanti, o almeno poneva nel cuore di coloro che l’ascoltavano la questione se quella ”vita” fosse vita. Paolo – pian piano – scoprì che Dio lo chiamava ad uscire da se stesso per andare verso Lui. Per questo arrivò a dire: Dio è il centro del mondo e di conseguenza del mio mondo!
(Andrea Maniglia)
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