Vi proponiamo una riflessione sul brano I Will Wait dei Mumford & Sons contenuta in Babel, secondo album del gruppo britannico. Buona lettura!
E me ne torno a casa
Come un sasso
E mi sento pesante tra le tue braccia
Questi giorni di polvere
Che abbiamo conosciuto
Se ne voleranno via con questo nuovo sole
Intuitivamente mi fa pensare al peso del peccato, alla parabola del figliol prodigo, al suo ritorno a casa. Al peso della vita in determinati momenti, ai giorni di polvere, alla caducità della vita. Tutte cose destinate a dissolversi al giungere del sole della grazia. Luce che libera dalle tenebre.
E mi inginocchierò
Aspettandoti
E mi inginocchierò
Conosco il mio terreno
E aspetterò, aspetterò te
E aspetterò, aspetterò te
Questa strofa fa pensare a quello stare in ginocchio tipico di chi attende con cuore contrito la grazia sperata. È l’attesa di Cristo, della Sua Luce dopo la notte della prova o dopo l’aridità del quotidiano vivere. È l’attesa dell’amato come nel Cantico dei Cantici.
Così interrompo il mio passo
E cedo
Tu hai perdonato e non me lo dimenticherò
Sappiamo quello che abbiamo visto
E lui con meno
Ora in qualche modo
Scuote l’eccesso
Cedere il passo a Lui quando irrompe nella nostra vita, interrompere il proprio cammino per permettere alla Sua volontà di sorprenderci. Questo incontro è incontro con la Verità che mette a nudo la nostra miseria, grazia che fa uscire allo scoperto gli errori, i peccati e nel medesimo tempo manifesta la grandezza di un perdono senza riserve. Ci leggo un richiamo ai Salmi 51 e 39: il riconoscere i propri peccati, il chiedere perdono e la gioia per il perdono ottenuto, lo sperare nel Signore, il Suo chinarsi per ascoltare le nostre suppliche.
Ho sperato, ho sperato nel Signore, ed egli su di me si è chinato, ha dato ascolto al mio grido.
Non accetta sacrificio ne olocausto… allora da lì il bisogno di raccontare le grandi cose che il Signore ha compiuto in noi...
Così sarò audace
Quanto forte
E metterò in accordo mente e cuore
Perciò prendi la mia carne
E fissami negli occhi
Il Signore ci rende audaci, come dice sempre il salmo 39: mi ha tratto da un pozzo di acque tumultuose, dal fango della palude; ha stabilito i miei piedi sulla roccia, ha reso sicuri i miei passi.
E occorre realmente mettere d’accordo mente e cuore come ci ricordano la tradizione giudaica e il Vangelo di Marco: Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza“. Questo è il primo comandamento. (Mc 12, 30-31). Accordare mente e cuore, fede e razionalità in una lotta fra spirito e carne, fra le deduzioni del mondo e il richiamo ai doveri del cristiano.
“Prendi la mia carne”, cioè “fa che possa servirti con la mia vita, fa che possa diventare pane spezzato per il mondo” e tenere sempre fissi gli occhi sul Tuo Corpo donato per amore, all’Eucaristia, per non cadere, per non voltarmi indietro.
Abbiamo bisogno di guardare Cristo, di contemplarlo, di lasciarci amare da Lui per imparare ad amare i nostri fratelli.
La mente incatenata dalle menzogne, la vita zavorrata perché fondata sull’egoismo è ora finalmente libera. Liberata dallo sguardo di Colui che ci ha riportati alla vita. Liberi dal peccato, liberi dai pregiudizi, liberi da tutto ciò che appesantisce il cuore e la vita. La sua Parola rende liberi e libera, e chi viene liberato, a sua volta, si mette a servire per liberare.
Alzo le mani
Dipingo d’oro la mia anima
E chino la testa
Rallento il mio cuore
È il tempo della gratitudine e della lode, il tempo di alzare le mani verso quel Cielo ormai vicino. Col capo chino, non per vergogna, ma con gli occhi ricolmi di gioiose lacrime, ed il cuore finalmente in pace, lieto, grato.
“I will wait for you…”
La canzone termina con un grido finale ripetuto “I will wait for you…”, grido che suona come l’eco della voce di un Dio che attende i suoi figli con amore, che attende me e te, che attende tutti, che attende sempre, anche dopo averci trovato, nonostante i nostri no, nonostante tutto.
(Francesco Leonardi)



