È stata di recente pubblicata per la collana “Ricerche di storia e spiritualità passionista” la seconda edizione dello studio compiuto da padre Tito Paolo Zecca sul mistero del patrocinio di Maria Santissima presentata al tempio nella spiritualità della nostra Congregazione.
“Per un misterioso appello Paolo Danei ha iniziato la sua straordinaria vicenda di fondatore su di un monte, il Monte Argentario.
Quando un passionista attraversa la Maremma o sorvola questo maestoso promontorio, uno dei più belli della penisola, non può fare a meno di rivolgere lo sguardo verso il primo ritiro e la prima chiesa della sua congregazione, immersi nel verde cupo della foresta circostante. Anche se non vedrà mai questo luogo, un passionista ha qui le sue radici, è qui la concretizzazione perenne della sua “dimora” nella famiglia di Paolo della Croce. Non si può non riflettere sul mistero di quel monte, di quelle modeste costruzioni, erette con innumerevoli sacrifici, indissolubilmente legate al mistero più grande della vicenda spirituale di Paolo della Croce e del suo istituto diffuso in tutto il mondo, ormai quasi tre volte centenario”.
C’è un eroismo, sconosciuto, silenzioso, simile al germogliare delle foreste sotto la cenere ancora calda dopo un incendio. È il miracolo di milioni di vite che nel silenzio hanno compreso il segreto della felicità, della gioia piena promessa da Gesù: “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”. “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”…fino alla fine. L’amore fino alla fine è fonte della vera gioia. Gesù lo aveva detto: “Non c’è amore più grande di questo, dare la vita per i propri amici, voi siete miei amici”. E chi ama così, fino alla fine, donando il proprio tempo, il proprio quotidiano, fino a dare la vita, realizza se stesso e riaccende nel mondo la speranza. Questa è la Bellezza che salva il mondo, quella di cui parlava Dostojestkij…lo sta già salvando ora, anche se non lo vediamo, anche se tutto intorno sembriamo sommersi da morte e rassegnazione.
Uno degli esempi più belli che ci ha dato Marietta, Maria Goretti, è quello riguardante la bellezza della castità, la bellezza della purezza come dono da difendere. Oggi non se ne parla molto, anzi, quasi per niente…e quando se ne parla, la castità viene mostrata come una virtù obsoleta, da medioevo. E invece è un dono, e me lo insegna una bambina di 12 anni che l’ha protetto con la vita. E sapete perché penso che abbia avuto ragione Marietta? Perché solo chi vive nella verità può dare la vita e trovare la forza di perdonare, solo chi vive nell’amore vero può dire a chi ti sta uccidendo, cambia vita, non la buttare come stai facendo, convertiti…purifica il tuo cuore. Solo chi ama veramente desidera il bene dell’altro, fino in fondo, fino alla fine.
Nella recente visita a Torino, Papa Francesco ha detto ai giovani:
A voi giovani in questo mondo, in questo mondo edonista, in questo mondo dove soltanto ha pubblicità il piacere, passarsela bene, fare la bella vita, io vi dico: siate casti, siate casti. Perdonatemi se dico una cosa che voi non vi aspettavate, ma vi chiedo: fate lo sforzo di vivere l’amore castamente.
Già ieri accennavo a quelle parole fortissime pronunciate da Madre Teresa di Calcutta: “Il silenzio riguardo alla purezza è un silenzio impuro!“.
«Sono vecchio di quasi 80 anni, prossimo a chiudere la mia giornata. Dando uno sguardo al passato, riconosco che nella mia prima giovinezza infilai una strada falsa: la via del male, che mi condusse alla rovina” Sono le parole del testamento di Alessandro Serenelli, che prosegue così “Vedevo attraverso la stampa, gli spettacoli e i cattivi esempi che la maggior parte dei giovani segue senza darsi pensiero: io pure non mi preoccupai. Persone credenti e praticanti le avevo vicino a me, ma non ci badavo, accecato da una forza bruta che mi sospingeva per una strada cattiva. Consumai a vent’anni un delitto passionale del quale oggi inorridisco al solo ricordo. Maria Goretti, ora santa, fu l’angelo buono che la provvidenza aveva messo avanti ai miei passi per salvarmi. Ho impresse ancora nel cuore le sue parole di rimprovero e di perdono”.
Siamo giunti al termine del nostro settenario con l’ultimo dei sette doni dello Spirito: IL TIMOR DI DIO.
Il timore di Dio come ci hanno insegnato a catechismo non ha nulla a che fare con la paura. Alcuni anni fa, padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, riflettendo su questo argomento commentava: “Il timore di Dio si deve imparare: «Venite, figli, ascoltatemi – dice il salmo 33 – vi insegnerò il timore del Signore»; la paura invece, non c’è bisogno di impararla a scuola; sopraggiunge d’improvviso davanti al pericolo; le cose si incaricano da sole di incuterci paura. Ma è il senso stesso del timore di Dio che è diverso dalla paura. Esso è una componente della fede: nasce dal sapere chi è Dio. È lo stesso sentimento che ci coglie davanti a uno spettacolo grandioso e solenne della natura. È il sentirsi piccoli di fronte a qualcosa di immensamente più grande di noi; è stupore, meraviglia, misti ad ammirazione. Di fronte al miracolo del paralitico che si alza in piedi e cammina, si legge nel vangelo, «tutti rimasero stupiti e davano lode a Dio; pieni di timore dicevano: Oggi abbiamo visto cose prodigiose» (Lc 5, 26). Il timore è un altro nome dello stupore e della lode. Questo genere di timore è compagno e alleato dell’amore: è la paura di dispiacere all’amato che si nota in ogni vero innamorato anche nell’esperienza umana.
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